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LE NOSTRE TRADIZIONI - Riti e tradizioni

Nella civiltà agro-pastorale che ha caratterizzato gran parte della vita del nostro paese dalla sua origine fino ai nostri giorni, l’aspetto magico-religioso segnava in maniera profonda la vita, le relazioni ed i comportamenti dell’intera collettività. Ogni momento significativo della vita veniva regolato e scandito da una serie di “atti formali”, di “divieti”, di “passaggi codificati” i quali, nel loro ripetersi (tradizioni) sorreggevano la struttura sociale contadina indicando i modelli comportamentali e le norme da seguire. La condivisione di eventi e la partecipazione a riti fungevano da collante sociale e la  vita di ogni individuo veniva segnata da “cicli cerimoniali”. Molte tradizioni giunte fino ai nostri giorni, mantengono invece nella struttura elementi primordiali che ci fanno ipotizzare sovrapposizioni Cristiane ad ataviche ritualità agresti. L’eterna lotta tra bene e male, i riti primaverili della fertilità e i riti di passaggio sono presenti e ben visibili agli occhi attenti di chi vuol vedere.

Di seguito riportiamo alcuni riti (magico/religiosi e stagionali) tra i più significativi e ancora vivi nella nostra memoria:

La “Pasquarella”
(5 Gennaio)

Durante la sera del 5 gennaio, “allegre brigate” vanno cantando di casa in casa “la Pasquarella”:

Quella vigna che voi ci avete

pozza fa cento barili,

ogni vite ‘na cupella;

Viva, viva la Pasquarella!

Me ‘lla ittu lu vecinatu,

che ‘llu porcu l’ha ammazzatu.

E’sse dici che non è vero,

qua de fori c’è lo pelo.

……

Fate Pasqua felici e contenti

E che il Signore ve pozza aiutà!

Gesù Bambino! Venitelo a vedè.

Quant’è Carino!

 

La “Moresca
(Carnevale)

Rappresentazione drammatica (32 strofe) dove la parte dialogata è predominante sulla danza guerresca. La cerimonia veniva eseguita fino agli anni ’50 sempre durante il Carnevale e contrapponeva dodici Cristiani e dodici Mori che si fronteggiavano armati di spade e sciabole  di legno. Gli uomini interpretavano anche personaggi femminili. I costumi, arrangiati, erano composti da camicia bianca e pantaloni chiari per i cristiani e corpetto rosso con ampia gonna sopra i pantaloni, una cinta ed un cappello a forma di cono per i Mori. La regina era vestita con un abito bianco, veli e diademi.

Personaggi:
Regina, Ambasciatore, Signore (RE), Damigella, Capitano dei Cristiani, Capitano dei Turchi (Gran Sultano), Secondo Capitano dei Turchi.

Il  “Calennemaju” Paganichese 
(I° Maggio)

La mattina, digiuni,
si consuma il rito
del “Calennemaju”.

Si sbucciano tre noci
e si immergono in
un bicchiere colmo di vino pronunciando la seguente frase:

 

San Felippu e Jacu

Faccio a Calennemaju

 

Se moro affonno

Se no retorno

 

Se le noci emergono
la stagione sarà propizia
e libera da malanni.

Il ballo delle “Pantasime” (durante la Festa di Agosto)

La Pantasima  - Come baccanale (1)

(di Sergio Spagnoli - Luglio ’97)

 

Un peana (2), un fescennino (3)

A Priàpo (4) e dea Flora (5),

Un pernacchio all’ultimora (6)

Ammannita dal destino,

Uno strappo all’equilibrio

Di chi soffre sottomesso

La metafora del sesso

Nel concetto di Ludibrio (7),

Il mascheramento, il ballo, il fuoco, sono i tre elementi simbolici rappresentati. I fantocci costruiti su un telaio di canne intrecciate  e rivestiti di carta coloratissima, sono grotteschi, terrificanti e vitali.

La loro ambivalenza sta nel contrasto tra il terrore che incutono e la licenza che esercitano.  Compaiono così, all’improvviso, a notte tarda, a conclusione della festa. Iniziano a ballare (sorrette al loro interno da abili ballerini) incalzate da un ritmo ossessivo e frenetico e continuano la loro danza nonostante sia dato loro fuoco. I ballerini incuranti delle fiamme si fanno un punto d’onore nel resistere più a lungo al loro interno. La festa termina con l’espulsione degli spiriti maligni e le pantasime bruciano ormai inermi divorate dal fuoco purificatore.

 

Una rivolta contro il Mondo,

Una saga libertaria

Celebrata in girotondo

Le narici verso l’aria.

E’ la folla che lo vuole

E’ la folla che lo sente

E’ la folla che non mente

E’ la folla liberata

Santa (8) folla assatanata

Che dimentica dov’è

Che dimentica chi è,

Eccitata dal contatto,

Che si stringe in un abbraccio,

Una, folle e assai più forte

Della vita e della morte.

Un momento delirante

Che Dionisio (9) consente,

Tra beffardo e accattivante,

A ristoro della mente.

Note

1) nell’antica Roma, festa orgiastica del culto orfico-dionisiaco (v. anche sotto al n° 9);

2) canto corale in onore di una divinità o, anche, di guerra o di vittoria;

3) antico carme o canto popolare, salace, sfrenato, licenzioso;

4) dio romano della virilità;

5) dea romana delle messi e della fertilità;

6) la morte;

7) riferimento alla repressione moralistica della sessualità e della carnalità del sesso;

8) in senso ironico;

9) dio greco dell’entusiasmo e del vino.

 

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